Stampa

Comuni

Tra l’XI e il XIII secolo la crescita demografica, l’incremento della produzione agricola, degli scambi e delle attività artigianali favorirono la rinascita della vita urbana. La città divenne il cuore della vita economica, sociale e culturale. Mercanti e artigiani – la nuova borghesia emergente – assunsero un ruolo determinante. Dalla loro iniziativa nacquero i Comuni, organismi che regolarono per secoli la vita delle città. Nei comuni italiani, la presenza di cavalieri e signori accanto alla borghesia provocò ricorrenti conflittualità per il controllo della vita politica. Ne derivarono una forte instabilità delle istituzioni e un aspro scontro con l’autorità imperiale.

Rinascita delle città
La città fu innanzitutto un centro di produzione artigianale e di commerci, e poté svilupparsi grazie all’aumentata disponibilità di derrate alimentari e materie prime. L’affermazione dell’artigianato fu accompagnata da una maggiore specializzazione del lavoro, dall’utilizzo crescente dell’energia idraulica, dall’immigrazione di manodopera dalla campagna e da uno straordinario sviluppo delle relazioni commerciali. Nei centri urbani, infatti, si concentrarono fiere e mercati e si svilupparono le operazioni di credito e cambio.

I protagonisti delle città: i mercanti
I mercanti dovevano «fare economia, saper guadagnare, saper conservare». Per imparare questa difficile arte erano necessari lo studio e un lungo e severo apprendistato. Indispensabili la conoscenza della matematica, della grammatica, di nozioni legate alla tenuta dei registri contabili e ai cambi delle monete.
La diffusione dell’economia monetaria impose anche nuove figure di mercanti: prestatori di denaro su pegno, usurai, cambiavalute e cambisti, veri e propri banchieri. Guardati con diffidenza dalla Chiesa, questi ricchi mercanti, pur di salvarsi l’anima, non esitavano a trasformarsi in munifici benefattori, pronti a consistenti elargizioni a favore di enti religiosi, chiese e ospedali.

Il comune rurale
Gravato da dure condizioni di servaggio e oppresso dal potere signorile, anche il mondo rurale si mosse. Tra l’XI e il XII secolo carte di franchigia e solenni dichiarazioni pubbliche ridefinirono gli obblighi dei contadini, limitando gli abusi e cancellando le più avvilenti forme di oppressione. Per l’esercizio dei più ampi diritti riconosciuti alle comunità di villaggio vennero nominati consoli o sindaci, con funzioni amministrative, fiscali, di polizia campestre. I comuni rurali, tuttavia, non raggiunsero mai una reale autonomia politica.

Il comune in Europa
Diffuso in tutta Europa, il movimento comunale ebbe caratteri ed esiti diversi. Nelle Fiandre, in Renania e nella Francia nord-orientale la debolezza del potere imperiale e dei principati locali lasciò largo spazio alle autonomie cittadine.
La monarchia francese favorì l’ascesa, spesso violenta, dei comuni a scapito della feudalità riottosa, ma seppe disciplinare le città. Lungo la costa baltica nacque e si consolidò l’Hansa, una lega di città commerciali che divenne una vera potenza politico-economica. Il Regno inglese, invece, impedì lo sviluppo di forti autonomie cittadine.

Carattere dell’urbanizzazione in Europa
Nell’area occupata da Francia settentrionale, Paesi Bassi, Renania e Germania meridionale, le città medioevali si svilupparono a partire da agglomerati di edifici di mercanti e depositi di merci, sorti dalla confluenza delle vie di comunicazione più importanti, lungo fiumi navigabili o nei pressi di castelli e fortificazioni. Questi borghi crebbero rapidamente fino a trasformarsi in vasti centri urbani. In Inghilterra le città si diffusero in modo capillare, ma non raggiunsero, tranne Londra, grandi dimensioni. In Scandinavia e nell’Europa orientale lo sviluppo delle città fu modesto.

Autonomia dei comuni
Consapevole della necessità di svincolarsi dal rigido controllo signorile per continuare a espandersi, la società urbana rivendicò, sul finire dell’XI secolo, autonomia e autogoverno.
Mercanti, artigiani e funzionari diedero vita ad associazioni capaci di sostenere le loro richieste. Strappate con la forza o acquistate con denaro sonante, le carte di franchigia sancirono i diritti ottenuti. Legittimato e riconosciuto come organismo politico, il comune poté darsi un governo, amministrare la giustizia, imporre tasse. Leggi e statuti fissarono le regole del nuovo diritto urbano: i cittadini divenivano membri di una comunità «privilegiata», giuridicamente separata dal contado.

Il governo delle città
Nei comuni il potere politico fu affidato dapprima ai consoli, magistrati eletti per sei mesi o un anno. Poi le lotte interne per il controllo delle classi consolari spinsero a un mutamento istituzionale: un podestà forestiero sostituì i consoli. Nuovi scontri si ebbero quando il popolo, la borghesia cittadina, rivendicò una rappresentanza politica pari al suo peso economico. Organizzato nelle arti – corporazioni di mestieri – riuscì ad assumere il controllo della vita cittadina, e i priori delle arti e il capitano del popolo fecero da contrappeso al podestà (fine XIII secolo).

Città e contado
Le città divennero forti centri di consumo: vi affluirono prodotti dell’agricoltura e dell’allevamento, legname da costruzione e per il riscaldamento. La crescita della domanda provocò il tumultuoso sviluppo dei mestieri e delle attività artigianali, nonché la loro specializzazione. Una popolazione numerosa e accentrata richiedeva l’opera di mugnai, fornai, beccai, carpentieri, fabbri, tessitori, muratori, medici e speziali. Gradualmente il contado fu attratto nella sfera di influenza della città. Le campagne furono sollecitate a riconvertire le loro colture in funzione del mercato urbano: si diffusero i cereali, le piante tintoriali, vigne, orti e frutteti.

La città delle torri
Sotto l’impulso delle mutate esigenze di vita, il paesaggio urbano cambiò radicalmente. Si imposero strutture difensive, come cinte murarie e torri, destinate a svolgere anche un ruolo simbolico a testimonianza della forza dei potentati familiari del tempo. Si moltiplicarono botteghe, spesso raggruppate secondo le attività, banche, ospedali e chiese. Importante fu anche la vita culturale: il sapere passò dai monasteri alle città, si diffusero le scuole e le prime università (Bologna, Padova).

L’impero al tempo del Barbarossa
Esauritasi la dinastia salica con la morte di Enrico V (1125), si contesero la corona le due più potenti casate germaniche: gli Hohenstaufen, duchi di Svevia, e i signori di Baviera. La guerra civile si chiuse con l’elezione di Federico Barbarossa (1152), figlio del duca di Svevia e di Giuditta di Baviera. Strenuo sostenitore della pienezza dei poteri sovrani, Barbarossa giudicò intollerabili sia le pretese di supremazia papale sia l’orgogliosa indipendenza dei comuni italiani, che tentò vanamente di piegare. Il matrimonio del figlio, Enrico VI, con Costanza d’Altavilla, erede del regno normanno, assicurò all’impero un vasto dominio nel sud dell’Italia.

Lotte contro l’impero
Sceso in Italia per essere incoronato, Federico Barbarossa non ottenne dai comuni l’atto di sottomissione che chiedeva. Tre anni dopo, nella Dieta di Roncaglia, ridefinì i poteri del sovrano e tentò di riportare i comuni sotto controllo, ma scoppiò la rivolta. Pronta la risposta dell’imperatore: Milano fu distrutta (1162) e un antipapa venne contrapposto ad Alessandro III, colpevole di essersi schierato con i comuni. Le città venete e lombarde si coalizzarono nella Lega lombarda (1164): lo scontro decisivo si ebbe nel 1176 a Legnano. Sconfitto, Barbarossa fu costretto a riconoscere ai comuni ampi poteri con la Pace di Costanza (1183).

La città di Milano
Retta per secoli da vescovi di grande valore, Milano crebbe e si arricchì. La Concordia, giurata nel 1045 tra vassalli del vescovo e cittadini, costituì il primo nucleo del comune. Il potere fu affidato a consoli (1097) e alla Credenza, un consiglio i cui membri erano tenuti alla segretezza. Emancipatosi dal controllo vescovile, il comune prese a espandersi nella Pianura Padana. L’urto con Barbarossa portò all’assedio e alla distruzione (1162). Piegata ma non vinta, Milano assunse la guida della Lega lombarda e sbaragliò gli imperiali.

Guelfi e ghibellini
La contesa per la corona imperiale vide l’aristocrazia tedesca dividersi in Guelfi (da Welf, capostipite della casata), sostenitori dei duchi di Baviera, e Ghibellini (da Weiblinger,località della Svevia), fautori degli Hohenstaufen. In Italia, successivamente, guelfo fu chi si schierava con il papato – appoggiato nella lotta per le investiture dalla casa di Baviera – contro Barbarossa. L’appartenenza ai due partiti non fu mai netta: le convivenze politiche determinarono repentini rovesciamenti di fronte. Nel XIII e nel XIV secolo, dietro le parole di guelfi e ghibellini, ormai svuotate di un reale contenuto ideologico, si celarono lotte di casata e di potere.

Il nuovo scontro con i comuni
Federico II di Svevia comprese che un forte potere regio avrebbe potuto affermarsi solo a scapito dell’autonomia dei comuni. Quando volle annullare le disposizioni della Pace di Costanza, solo la mediazione di Onorio III impedì che si giungesse a guerra aperta con la ricostruita Lega lombarda (1226). Quando lo scontro riprese, Federico II ottenne un importante successo a Cortenuova, nel 1237. Ma il fronte anti imperiale si consolidò con l’appoggio papale. Sconfitto nel parmense (1248), Federico vide poi il figlio Enzo cadere nelle mani dei bolognesi a Fossalta. La morte dell’imperatore, nel 1250, chiuse la contesa.